Il corpo è una delle tematiche più complesse e affascinanti dell’arte ed è soprattutto il mio fine artistico.
Da sempre, gli artisti hanno esplorato il corpo umano in tutte le sue forme, cercando di catturarne la bellezza, la forza, la fragilità e la sensualità.
In questo articolo, vorrei riflettere sul “corpo” così come viene inteso ora e come, invece, veniva inteso (vissuto) da quegli uomini che generarono il mito e come lo intendo io nelle mie opere.
Con questo obiettivo vorrei dare la descrizione di un corpo che non fosse considerato solo dal punto di vista dell’anatomia classica, ossia quell’anatomia che ritiene il corpo solo come una struttura ossea, un insieme di muscoli, di fasci di nervi e quant’altro, quindi un mero oggetto fisico.
Da un certo momento della sua storia in poi, l’uomo ha preso a considerare il corpo soprattutto come un mero simulacro biologico, una sorta di gabbia entro cui risiedeva imprigionata l’anima, che veniva invece considerata come la vera essenza di ciò che noi siamo.
Il corpo nel pensiero occidentale
La filosofia inaugurata da Platone, che credeva nell’essenza trascendente della verità, impose il passaggio dalla terra materiale, corporea, iconografica che la tragedia greca rappresentava, a un cielo ideale che solo l’anima liberata dal corpo poteva raggiungere.
Ecco dunque inaugurata una logica disgiuntiva che faceva sì che tutto il positivo risiedesse nel cielo, sede di ogni valore e di ogni verità, e il negativo sulla terra dove la materia non sarebbe altro che impedimento e ostacolo al conseguimento della verità stessa.
Prima dell’avvento della filosofia, il mondo greco non concepiva il corpo come mero segno fisico e ignorava l’esistenza di un’anima, che potremmo tranquillamente definire “platonica”.
Platone sembra parlare di un cadavere quando afferma che in fondo “il corpo è pur sempre la tomba dell’anima, il luogo dove per il momento essa è sepolta”.
Come per la filosofia platonica, anche per la religione il corpo è sempre stato un impedimento, un peccato vero e proprio che ha dovuto subire nel corso dei secoli privazioni, umiliazioni, penitenze di diverso genere; infatti la vita corporea non sarebbe altro che una sorta di attesa di un’esistenza migliore, di una verità che, un giorno, potrà essere finalmente rivelata.
Il corpo e la scienza
Anche in altri campi il corpo è stato svuotato del suo significato originario, privato di quella considerazione che aveva un tempo.
In modo analogo la scienza ha svalutato il corpo che ora viene riprodotto non come è vissuto da ciascuno di noi, ma come risulta dal suo sguardo anatomico, tagliente e freddo.
Citando testualmente il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti – (Il corpo) “il nostro corpo sarà costretto a vivere un’esistenza fantasma nell’organismo biologico che la scienza descrive“; il cadavere sezionato, svuotato, disgregato non può essere il corpo nel senso pieno del termine, ma un modello di simulazione.
Il corpo (citiamo ancora Galimberti) “è incompatibile con lo statuto dell’oggetto, perché è costantemente percepito, mentre dall’oggetto posso anche distogliere l’attenzione“
Questo corpo biologico creato dalla scienza ha sì diritto alla vita ma non come esistenza, bensì come prolungamento quantitativo garantito dalla medicina (cosa importante, intendiamoci)
Però ignora il “Corpo” perché conosce solo l’organismo.

Il corpo nelle culture primitive
Il discorso, che meriterebbe molto più spazio di quanto non gliene sia già stato concesso, vuole arrivare a configurare il corpo così come lo intendevano quelle popolazioni primitive progenitrici del mito.
Già, perché il corpo inteso, percepito, vissuto da queste popolazioni era un tutt’uno fra quell’essenza che e stata definita nel corso dei secoli come anima, e quell’organicità e fisicità che invece è stata considerata sempre più alla stregua di semplice e sterile involucro.
Interiore ed esteriore sono inseparabili.
Il corpo diventa apertura originaria sul mondo, non un’oggetto ma un’immediato sbocco sulle cose. Riflettere su questo corpo, addentrarsi in esso, significa riflettere non sull’anima ma bensì su quelle emozioni, impressioni e percezioni con cui il mondo si offre al corpo e con cui lo stesso si offre al mondo a sua volta, in una sorta di reciproco scambio.
È proprio in questa apertura del corpo che il primitivo riesce a dare un senso al mondo, dopo un primo ingenuo e stupito contatto, a quel luogo magico e misterioso che abita e con cui sente un intimo quanto naturale legame.
Quello che ne scaturisce non è un senso logico, ma corporeo, non è un conoscere vero e proprio (in senso scientifico o pseudo tale intendiamo), ma un cimentarsi con le cose; conoscendo le cose, il suo spazio, e di conseguenza il mondo, il corpo conosce se stesso.

Leggi anche >> Le origini del Mito
Il corpo nella mia arte
Il corpo è, per logica di cose, una parte fondamentale della mia/nostra identità.
È attraverso il corpo che sperimentiamo il mondo e che ci mettiamo in relazione a esso e agli altri, che ci mettiamo in contatto con le nostre emozioni e col nostro sentire e percepire e, ovviamente, anche al nostro esternare ed esprimere.
In conclusione il mio lavoro tende ad amalgamare tutto questo, in modo onirico e surreale, un corpo che sente e che viene percepito.

